CfP 2022: Nella rete di GAFAM: smartphone, società piattaforma e monopsoni della conoscenza

08 mar 2022

Nelle pagine finali del romanzo Topeka School (2020) di Ben Lerner, il protagonista Adam si ritrova a New York tra un gruppo di manifestanti che occupa gli uffici dell’agenzia governativa incaricata di gestire le frontiere e i flussi di immigrazione. Nella protesta pacifica contro la politica di Trump e nella voce di uno degli organizzatori amplificata dalle voci dei partecipanti che rispondono ripetendo le parole in una catena di riverbero naturale, Adam scopre infine di essere parte di “un piccolo discorso pubblico, di un pubblico che lentamente reimparava a parlare”. Sebbene restino sullo sfondo, nella storia di Lerner la rete e i social media aleggiano come una nuvola, implicita ma tangibile, fosse solo per l’ambientazione finale nell’America di un candidato presidenziale e presidente poi che ha usato Twitter come feroce sistema di amplificazione di una propaganda tutta volta a un dibattito “semplice, violento e spesso denigrante e deumanizzante” (Brian L. Ott, The age of Twitter: Donald J. Trump and the politics of debasement, in «Critical Studies in Media Communication», 34, 2017). È una trasformazione, quella prodotta dai mezzi e dagli strumenti di comunicazione digitali, che fa capolino per via indiretta nell’invito che la mamma di Adam, Jane, in uno dei capitoli del libro di Lerner, rivolge al figlio, quando gli suggerisce di considerare quanto sia andato perso con la scomparsa dei telefoni fissi nelle nostre case, centrale unica di ricezione delle telefonate di tutta la famiglia. Chiunque si trovasse a rispondere al telefono familiare, a cominciare appunto dal figlio o la figlia, era costretto a sostenere una conversazione, un dialogo, seppure breve, con una zia o uno zio, oppure un amico di famiglia, cinque secondi di convenevoli anche imbarazzati e imbarazzanti (come stai?la scuola come va?mi passi la mamma?…) cinque secondi che costituivano però un contatto estemporaneo, eppure fisso, con una famiglia estesa, e, per estensione ulteriore, con una comunità estesa, il cui senso di appartenenza era faticamente rinforzato da una reiterazione periodica, mediata dallo strumento telefonico.

Nel momento in cui ci connette senza soluzione di continuità a una rete globale attraverso la quale contattiamo amici e familiari, acquisiamo informazioni, troviamo dati, leggiamo notizie e storie, lo smartphone di contro — e per paradosso — sembra offrire una consapevolezza opposta: la disponibilità individuale dello strumento per ogni singolo utente e un ecosistema applicativo di comunicazione bastato su algoritmi di personalizzazione dei messaggi (Eli Pariser, Il filtro: quello che Internet ci nasconde, 2012) riflettono, piuttosto che l’appartenenza di un membro a una comunità, una comunità appartenente a ciascuno dei membri  in quanto singola entità, separata e originale, oggetto di un trattamento differenziato rispetto a tutti gli altri.

I dispositivi mobili sono il dispositivo senza il quale la “digitalizzazione della vita quotidiana” (Janet Kraynak, Contemporary Art and the Digitization of Everyday Life, 2020) non avrebbe potuto trovare compimento, sono il tassello definitivo di quella architettura sociale che si definisce platform society, ovvero una società imperniata sulla programmazione tecnologica delle interazioni tra gli utenti e piattaforme che modellano le pratiche della vita di tutti i giorni puntando “alla raccolta sistematica, al trattamento algoritmico, alla circolazione e alla monetizzazione dei dati degli utenti stessi” (José van Dijck, Thomas Poell, Martijn De Waal, Platform Society. Valori pubblici e società connessa. Edizione Italiana, 2019). È un modello che ruota intorno al dominio multinazionale di aziende come Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft (GAFAM), ma certo non si esaurisce con esse. Insieme a Netflix, Uber, Airbnb e le altre, GAFAM ha costruito una infrastruttura hardware e software che riconfigura ogni angolo dell’esperienza del mondo attraverso interfacce di programmazione delle applicazioni e algoritmi che sfruttano (e imparano da) una quantità straordinaria di dati, risultanti dalle incessanti interazioni di miliardi di utenti con le app dei device mobili. Facendo leva sui processi di ri-centralizzazione che il network effect produce, le grandi piattaforme hanno privatizzato la conoscenza mettendo insieme monopolio e monopsonio: da un lato, l’accumulazione di dati e informazioni genera accumulazione di ulteriore conoscenza sia in input che in output, in dimensioni tali da annichilire ogni forma di concorrenza; dall’altro, la posizione di forza acquisita attraverso la gestione dei dati dà vita a un mercato fiorente, ma è un mercato di venditori i cui beni hanno valore soltanto all’interno dell’uso e del consumo che avviene nel recinto monopolista (Ugo Pagano, Il capitalismo dei monopoli intellettuali, https://www.eticaeconomia.it/il-capitalismo-dei-monopoli-intellettuali/). Quanto successo (sta succedendo) con la didattica a distanza nelle nostre scuole e università è un esempio lampante di una gabbia che è insieme tecnologica, economica, sociale e soprattutto culturale (Paolo Monella, Istruzione e GAFAM: dalla coscienza alla responsabilità, in «Umanistica Digitale», 11, 2021).

Il dossier del numero 24-2022 di Testo e Senso intende riflettere non tanto sulla rete, sui media e sulle tecnologie digitali, quanto sulla rete, sui media e sulle tecnologie digitali di GAFAM: sulla cultura cui le applicazioni e i dispositivi di GAFAM danno forma ed espressione. Teoria e critica della letteratura, studi culturali, media studies, linguistica, scienze cognitive, paragone delle arti sono solo alcuni dei campi suggeriti per un confronto e una riflessione giocoforza interdisciplinare, che coinvolge anche, tra gli altri, il diritto, la politica, l’economia, la filosofia.

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Il numero 24-2022 sarà pubblicato nel mese di novembre.