CfP 2026: Campi di tensione. Lo sport come spazio di rappresentazione emotiva dello scontro

04 feb 2026

È nota l’osservazione di Noam Chomsky, secondo il quale, invece di dedicarla a cose davvero importanti come la politica, la popolazione usi la propria intelligenza per commentare lo sport e discuterne con i professionisti e gli esperti attraverso i media senza timori reverenziali, sprecando un livello di partecipazione, competenza e attenzione così approfondito e dettagliato che sarebbe meglio destinare ad altre, più nobili cause (Chomsky 2002, 129-131). Nel criticarne l’uso strumentale come arma di distrazione e controllo sociale, l’analisi di Chomsky rischia di sfocare l’immagine storica dello sport e la sua effettiva centralità culturale nella società contemporanea. Sport matters: lo sport conta, lo sport è importante (Dunning 1999). E non si tratta tanto della sua rilevanza quantitativa: certo, oltre alla sua presenza quotidiana su social media, web, televisioni e radio tra dirette, cronache, notizie, commenti; oltre al numero miliardario di spettatori, appassionati e praticanti delle diverse discipline, tra cui la regina per diffusione e pratica resta il calcio; oltre al rilievo globale di avvenimenti come i campionati del mondo di calcio o le Olimpiadi, con tutto il portato di prestigio nonché di investimenti e indotto economico che ne consegue per le nazioni organizzatrici e partecipanti (e vincenti), è sufficiente esplorare i quasi centocinquanta documentari a tema sportivo disponibili su Netflix, verificare la crescente importanza degli eventi di sport nell’offerta di Prime Video e dare uno sguardo ai titoli dei libri nella sezione specifica della libreria di Amazon per avere le misure in lunghezza e larghezza di un campo culturale più che mai sconfinato.

Ma c’è di più: mentre proviamo a misurarne (o anche metterne in discussione) l’estensione, non dobbiamo dimenticare come lo sport sia legato da un rapporto intimo con il processo di civilizzazione della società occidentale. Sulle pagine di questa rivista, affrontando il tema della genesi neurocognitiva del tifo calcistico attraverso la lente narrativa dei racconti di Osvaldo Soriano, Stefano Calabrese ha ricordato, sulla scorta di Norbert Elias ed Eric Dunning, come gli sport moderni siano l’effetto di un processo di traduzione simbolica e di ablazione dell’aggressività iniziato in Inghilterra nel XVIII e conclusosi nel XIX secolo: in parallelo alla nascita dello Stato moderno, alla centralizzazione del controllo della violenza e alla parlamentarizzazione della vita politica, le attività sportive canalizzano e regolamentano le forme ammesse di aggressività e violenza che nell’Antichità, nel Medioevo e nel Rinascimento erano collocate o nelle manifestazioni celebrative di un potere sovrano che si dimostrava capace di fare la guerra simulandola o nelle espressioni folcloriche di tornei senza esclusione letterale di colpi (Calabrese 2022, 89-90). La “sportivizzazione” della società è in altre parole il prodotto di uno Stato pacificato in cui l’emergere di attività sportive come il football e il rugby – che nascono nella loro concezione attuale non a caso nelle scuole aristocratiche e delle élite inglesi dell’Ottocento – è un indicatore di un processo di civilizzazione dell’Europa occidentale in cui, in merito ad alcune manifestazioni della vita sociale dei cittadini, la disciplina interna della pratica si sostituisce in tutto per tutto ai vincoli imposti dal potere centrale dello Stato: l’autoregolamentazione (il fair play) di una società civilizzata neutralizza, limita e sanziona la violenza nel canale dello sport, fino ad allentare il cordone ombelicale che lo lega all’allenamento alla guerra e legittimandolo invece come fine, sia individuale che collettivo, sano e piacevole in sé e per sé (Dunning 1999, 53-62).

Oltre che alla persistente ambiguità di una locuzione come ‘Giochi olimpici’, si deve con ogni probabilità a questo scivolamento prospettico nell’ottica della civilizzazione la sovrapposizione imperfetta tra i due concetti di ‘sport’ e di ‘gioco’. Secondo l’antropologo Philippe Descola (2024), una definizione di gioco può essere approssimata solo se si prendono in considerazioni due distinte pratiche riconducibili all’attività ludica: la prima, quella dell’emulazione e dell’apprendimento praticato nell’infanzia e nell’adolescenza, comune anche ad altre specie animali; la seconda, quella del rito, praticato tra gli adulti, in cui la finalità cerimoniale è la cooperazione e la collaborazione possibile tra due gruppi distinti (Descola 2024). L’idea competitiva del gioco entra in scena soltanto dopo questa fase primitiva e arcaica, con le corse delle bighe, con i tornei, ma soprattutto, più di recente, con le scuole inglesi cui abbiamo fatto cenno sopra: è in quei campi e in quegli spogliatoi che trova terreno fertile quell’individualismo moderno, figlio delle teorie di Hobbes, Locke e Harrington tra gli altri, per cui l’essere umano è un agente economico inserito in una serie di dispositivi di competizione attraverso i quali acquisire vantaggi (di ricchezza, di status, ecc.) sugli altri individui: lo sport è «la quintessenza intinta di bellezza di questo meccanismo. Ed è in questo che lo sport è diverso dal gioco.» (Descola 2024).

Lo sport come prodotto della civiltà occidentale resta di fatto intrappolato in una doppia contraddizione: da una parte, le sue origini arcaiche ne tradiscono l’intima connessione con l’arte della guerra e l’esercizio della violenza espresso come “gioco”; dall’altra, la sua affermazione moderna ne enfatizza una natura competitiva all’interno della quale la barbarie antica è canalizzata in un sistema di regole sociali che vede in ogni caso la sopraffazione di una parte, vittoriosa, sull’altra, sconfitta. Nei campi di calcio, di rugby, di basket, nei campi da tennis, nelle piste di atletica leggera, nei ring del pugilato, sulle strade delle corse ciclistiche, queste tensioni ritornano in gioco ogni volta che si accende lo stato iniziale che mette agli estremi dei due poli le due squadre, i due giocatori, i due atleti, i due individui che si affrontano e si scontrano nel teatro circoscritto e regolamentato della gara. Le reazioni a catena che derivano dalla tensione di partenza trascendono la competizione sportiva in sé e scatenano il coinvolgimento tanto degli attori sul campo quanto degli spettatori sugli spalti quali esseri non solo razionali, ma soprattutto emotivi, che sullo sport proiettano la ricerca di un’identità, sia individuale che collettiva, nella quale riconoscersi: un processo che si attiva giusto nella competizione degli uni contro gli altri – una modalità comportamentale che Gregory Bateson definisce di “schismogenesi simmetrica” (Bateson 1976).

Del resto, da sempre la letteratura e le arti hanno mostrato interesse nelle manifestazioni di formalizzazione dei conflitti e nelle forme di sublimazione della competizione, anche in quelle attività ludiche che occupano la zona più grigia del confine tra sport e gioco: basti pensare alla cerebralità degli scacchi e alla geometria del biliardo, al centro di tante opere attraverso le quali la scacchiera (Maurensig 1993; Zweig 2013; Bontempelli 2022) e il tavolo verde (Richler 2002; Tevis 2008) agiscono da piani di osservazione delle pieghe intime dell’animo umano. E, a proposito di tavolo verde, come non guardare anche al gioco d’azzardo, che mette in scena una forma di scontro malato e autodistruttivo cui autori, registi, scrittori hanno riservato straordinaria attenzione: il conflitto del giocatore contro sé stesso  – si pensi all’ossessione del tavolo da gioco in Landolfi (1998, 2000). Nell’ambito sportivo contemporaneo, attraverso il dispositivo legalizzato della scommessa, la ludopatia si riversa sullo (e agisce contro) lo sport, come meccanismo parossistico di esasperazione del coinvolgimento emotivo (ed economico) del pubblico, così come il doping spinge all’estremo i limiti delle prestazioni sportive (Walsh 2015) contro l’integrità della salute degli atleti, sia professionisti che dilettanti (Henning e Dimeo 2025). Altrettanto estreme sono peraltro quelle imprese di sport che non mettono di fronte due individui, piuttosto pongono il soggetto, da solo, in un titanico confronto contro la natura – come nel caso dei racconti e nei resoconti di montagna, di alpinisti e scalatori (Kracauer 1998), o nelle storie di mare e di vela: lo sport, qui, porta alle conseguenze finali la tensione romantica della conquista e del superamento del limite, diventa scontro con l’assoluto ed esperienza significativa che ridefinisce in senso moderno il rapporto tra gli esseri umani e l’ambiente.

Il Dossier monografico del numero 30-2026 di «Testo e Senso» vuole giusto riflettere sul campo culturale dello sport quale spazio di manifestazione e rappresentazione emotivamente satura di uno scontro: lo scontro tra sport, politica e razzismo (Mailer 1975); lo scontro ideologico (Soriano 1995); lo scontro generazionale tra padre e figlio (Agassi 2011); lo scontro, alimentato dalla colonizzazione tardocapitalistica dello sport (Brohm 1992; Andrews 2009), tra il corpo ideale dell’atleta professionista e il corpo socialmente indesiderabile dello spettatore comune (Jackson et al. 2005) sono alcuni, ulteriori esempi, a cavallo tra non fiction e fiction, a partire dai quali comparatistica e critica letteraria, studi culturali, intermedialità, linguistica, antropologia, scienze cognitive offrono prospettive per il confronto interdisciplinare che la rivista come sempre promuove.

Le proposte di articoli per il Dossier, così come per le altre sezioni fisse della rivista (Altra critica, Digital Humanities, Medicina narrativa e Neuronarratologia, Paragone delle arti, Studi di genere) devono essere inviate alla Redazione, per un numero di battute non superiore a 40.000,  entro il 31 luglio 2026, seguendo le norme e la procedura pubblicate su questo sito.

A partire dal numero 30, la rivista adotta per i riferimenti bibliografici lo stile fissato nel Chicago Manual of Style 18a edizione, sistema autore-data.

Il numero 30-2026 sarà pubblicato nel mese di dicembre.

Bibliografia

Agassi, Andre. 2011. Open. La mia storia. Tradotto da Giuliana Lupi. Einaudi.

Bateson, Gregory. 1976. Verso un’ecologia della mente. Adelphi.

Bontempelli, Massimo. 2002. La scacchiera davanti allo specchio. Sellerio.

Brohm, Jean-Marie. 1992. Sociologie politique du sport. Presses Universitaires Nancy.

Calabrese, Stefano. 2022. «Neurogenesi del tifo calcistico: il caso di Osvaldo Soriano». Testo e Senso, 24: 89–100. https://doi.org/10.58015/2036-2293/595.

Carrington, Ben, e Ian Mcdonald. 2009. Marxism, Cultural Studies and Sport. Routledge.

Chomsky, Noam. 2002. Capire il potere. A cura di Peter R. Mitchell e John Schoeffel. Il Saggiatore.

Descola, Philippe. 2024. Lo sport è un gioco? Raffaello Cortina Editore. EPUB.

Dunning, Eric. 1999. Sport Matters: Sociological Studies of Sport, Violence and Civilisation. Routledge.

Henning, April, e Paul Dimeo. 2025. Doping. Una storia di sport. Tradotto da Dea Merlini. 66thand2nd.

Jackson , Steven J. and Andrews, David L. 2005. Sport culture and advertising. Identities, commodities and the politics of representation. Routledge.

Kracauer, Jon. 1998. Aria sottile. Tradotto da Lidia Perria. Corbaccio.

Landolfi, Tommaso. 1998. Mano rubata. In Landolfi, Tommaso. Tre racconti. Adelphi.

Landolfi, Tommaso. 2000. Ottavio di Saint-Vincent. Adelphi.

Mailer, Norman. 1975. The Fight. Penguin Books.

Maurensig, Paolo. 1993. La variante di Lüneburg. Adelphi. 

Richler, Mordecai. 2002. Il mio biliardo. Tradotto da Matteo Codignola. Adelphi.

Soriano, Osvaldo. 1995. Pensare con i piedi. Tradotto da G. Felici. Einaudi.

Tevis, Walter. 2008. Lo spaccone. Tradotto da Tullio Dobner. Minimum fax.

Walsh, David. 2015. The program. Sperling & Kupfer.

Zweig, Stefan. 2013. Novella degli scacchi.  Tradotto da Enrico Ganni. Einaudi.