Giro di vendette nel teatro di Sarah Kane

Roberto D'Avascio

Abstract


Certi esordi nella storia letteraria sono stati semplicemente fulminanti. Opere prime che hanno, al loro apparire, confuso il loro pubblico, fatto di lettori o di spettatori, ma che hanno soprattutto creato nella critica del loro tempo disappunto e nervosismo, se non sensazioni di ripugnanza e repulsione, fino ad una rabbiosa manifestazione di denuncia, provocando in alcuni casi la censura più feroce.
Dopo l’esperienza svizzera di Villa Diodati sul lago di Ginevra nel 1816, in compagnia di una bizzarra compagine romantica capeggiata da Lord Byron, durante la quale la quasi diciannovenne Mary Shelley cominciava a confrontarsi con la stesura di una storia che le girava da tempo nella testa e con la scrittura di quello che sarà poi considerato come il suo capolavoro, finalmente all’inizio del 1818 viene pubblicato in forma anonima il suo romanzo Frankenstein. È l’esordio letterario di Mary Shelley in un’Inghilterra di inizio Ottocento in piena crisi romantica, scossa simbolicamente da quelle pericolose scariche elettriche subite dal corpo mutante del “moderno Prometeo”, come indicato nel sottotitolo del romanzo, che riversa la sua mostruosa luminosità su un pubblico di lettori imbarazzati, impauriti, talvolta rabbiosi.


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