Vendetta e giustizia selvaggia: Ecuba in Titus Andronicus

Silvia Bigliazzi

Abstract


Quello della violenza femminile, subita e agita, è un tema caro a Shakespeare negli anni Novanta. In Titus Andronicus essa diventa duplice, coinvolgendo sia Tamora, che subisce la violenza di Roma nel rito scarificale del figlio, come vendetta comunitaria contro il nemico, sia Lavinia, che a sua volta diviene oggetto della violenza vendicativa di Tamora per il tramite dei figli maschi. In entrambi i casi, come poi in quello della vendetta altrettanto feroce di Titus, Shakespeare esplora la natura selvaggia di una forma di giustizia privata in un contesto in cui il concetto stesso di giustizia come valore comunitario si è perso, insieme a quello di pietas romana, oltre che di pietà e compassione umane. L’articolo discute come questa tragedia shakespeariana giovanile instauri dei parallelismi tra personaggi maschili e femminili nell’attribuire all’agire vendicativo tratti sia di debolezza che di feroce bestialità rinvenibili, in particolare, in una figura citata in luoghi centrali del testo: Ecuba. Il modello individuato è quello dell’Ecuba vendicatrice del figlio Polidoro sul trace Polimestore, alleato dei Greci, come trasmesso dall’omonima tragedia euripidea, ancor più che dal poema ovidiano. Centrale nella discussione è la disamina della dinamica che conduce alla risoluzione di antinomie radicali, come quella tra civiltà romana e barbarie, attraverso l’adozione di una prospettiva ambigua sulle ragioni, e gli effetti, della reciproca vendetta di Goti e Romani.


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