…de lui faire synagogue

Mireille Calle-Gruber

Abstract


Jacques Derrida non si è « spento ». Risplende. Risplende nel presente, perché con lui
è sempre ora per il dono. Egli vigila, fa da sentinella, lascia a noi un tesoro di opere
da rimettere in opera con ogni lettura. Jacques Derrida non ha mai smesso di dare: la
propria parola, il proprio tempo, la propria presenza, i propri seminari, i propri libri,
le proprie lingue francesi... Ogni incontro, nel clima di polemica di quegli anni (a
Heidelberg nel 1988, su Heidegger, con Gadamer e LacoueLabarthe;
nel 1985 alla
Queen’s UniversityOntario)
diede luogo ad una assunzione di responsabilità
intellettuale ed etica: dall’amore della traduzione giusta (rispetto del proprio idioma,
della propria tradizione e accoglienza a quelli dell’altro) all’umanissimo dovere di
ospitalità nei confronti dell’altro, dello straniero, dell’esiliato, della lingua dell’altro,
di colui che arriva, di ciò che di nuovo arriva, o deve ancora arrivare... Fra tutte
quelle profonde lezioni sull’umana condizione, dalla Politica all’amicizia, sulla
Democrazia da venire, sulla morte che la sua scrittura cercava, testo dopo testo, di
accettare e di circuire, insegnò a fare sinagoga. A fare sinagoga con la sua opera.
« Sinagoga », cioè raggruppamento, parlamento: « una sinagoga, è quel luogo che
dice o ordina di recarsi insieme, il luogo dove si va e dove ci si incontra con gli altri,
lo spazio verso cui si dirigono i passi e dove si cammina uno accanto all’altro »[1].
Ormai, Jacques Derrida apre tutta la strada. Il lavoro è immenso. Egli incede, ci
precede. Lui e noi insieme: è ora, sia ora di sinagoga.
[1] Jacques Derrida, Le lieu dit : Strasbourg, in Penser à Strasbourg (collettivo),
Paris, Galilée / Ville de Strasbourg, 2004, p. 3435.


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