L’INSODDISFAZIONE: OTTO DOMANDE SULLA POESIA

Alberto Gianquinto

Abstract


Persèguita o soltanto mi persèguita l’insoddisfazione, nello scrivere poesia?
Indagare origine e motivi di questa insoddisfazione è come tentare di vedere se non
esista un limite per così dire intrinseco alla stessa forma della poesia: perché, per
esempio, nel bisogno di esprimere idee, concetti, un sentimento o sensazioni, doverlo
fare proprio in versi, anche buoni? I primi, certo, idee e concetti, si sviluppano meglio
e pienamente in un saggio, diciamo, di filosofia o di politica o di economia; più
sottile la questione dei secondi: sentimenti e sensazioni, c’è altro modo d’esprimerli,
oltre che la poesia? Sembra di no; ma meglio il verso o la narrazione? Meglio i moti
della coscienza e lo scavo dei moti affettivi di uno Svevo o la poesia delle sensazioni
e dei colori di Edith Sitwell? C’è una separazione implicita di ‘compiti’, ancorata alle
possibilità espressive, fra idee e concetti e sentimenti e sensazioni? Non c’è forse un
limite intrinseco nella poesia?


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