Mattia Della Rocca

Cosa può un testo? Recensione sui generis di Paradosis. A proposito del testo informatico di Raul Mordenti, 2011, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei.

In un'etica è completamente differente, non giudicate. In un certo senso dite: "Qualunque cosa facciate, non avrete mai quel che meritate". Qualcuno dice o fa qualcosa, voi non lo rapportate a dei valori. Vi domandate come sia possibile? Com'è possibile in maniera interna? In altri termini, rapportate la cosa o il dire al modo d'esistenza che implica, che racchiude in sé stesso. Come bisogna essere per dire ciò? Quale maniera d'essere implica? Cercate i modi d'esistenza racchiusi, e non i valori trascendenti. È l'operazione dell'immanenza. Il punto di vista di un'etica è: di cosa sei capace, cosa puoi? Da cui - ritorno a questa specie di grido di Spinoza -: cosa può un corpo? Non si sa mai in anticipo cosa può un corpo. Non si sa mai come si organizzano i modi d'esistenza e come sono racchiusi in qualcuno.
 Gilles Deleuze,
Lezione a Vincennes, 21/12/1980

In breve: la memoria Paradosis. A proposito del testo informatico di Raul Mordenti racchiude in sé tutte quelle problematiche che, nel corso degli ultimi venti anni, hanno contrassegnato il rapporto tra la teoria della letteratura e il testo informatico fino a diventare caratteristiche del dibattito critico e filologico contemporaneo. La relazione Autore-Lettore all’epoca del Web 2.0, il dilemma dell’immaterialità del testo e le possibilità della comunicazione nell’epoca dei flussi testuali in stile Facebook sono tutti temi che trovano una collocazione organica nel saggio di Mordenti, il quale caratterizza il discorso accademico sull’ecdotica del mondo informatico attraverso l’utilizzo di uno stile apodittico e l’impiego di una sottile ironia che rendono il suo lavoro, in primo luogo, un’ottima introduzione alla critica del testo informatico, in cui ci pare di poter individuare un occhio di riguardo manifesto da parte dell’autore nei confronti di quegli studenti che necessitano di dotarsi di strumenti teorici snelli ma solidi per la costruzione di una critica e di una filologia del testo informatico del domani.

Questo paragrafo fin troppo breve, sufficiente tutto al più per una quarta di copertina, racchiude nonostante l’estrema sintesi tutte le premesse – che andrebbero a quel punto solo “stese” in dieci o quindici mila battute, a seconda della destinazione pensata dal recensore - per un review “canonica” dell’opera di Mordenti. Ma Paradosis non sembra essere, a ben guardare, un saggio facilmente inseribile all’interno di altri testi di teoria della letteratura. A ben guardare, e con l’ammissione, da parte dell’autore stesso, inserita (volutamente?) solo a pochi passi dalla conclusione del volume, Paradosis è in realtà un trattato di etica: e l’etica, dice Gilles Deleuze, è in realtà etologia quando si rivela come «scienza pratica delle maniere di essere» (Deleuze, Lezione su Spinoza a Vincennes, 21/12/1980). Mordenti, nel suo saggio, pone esattamente la pietra angolare per una scienza pratica delle maniere di essere – per un’etologia - del testo informatico.

Ma come si recensisce un’opera del genere? Come ci si rapporta a un’etologia, vale a dire a una descrizione scientifica dei comportamenti che si generano e si riverberano da e nel testo informatico? Ci sembra che il modo migliore di recensire Il testo e la tradizione possa essere quello di applicare riflessivamente (in tutta l’accezione cartesiana del termine) i principi esposti nelle pagine che compongono il saggio; in altre parole, provare la teoria di Mordenti sul suo stesso testo.

Cosa può allora Paradosis? O meglio, per usare la terminologia del suo autore, quali disponibilità esso mette a disposizione del lettore che vi si accosta? Letto su un Kindle in versione elettronica, con la possibilità di consultare in maniera rapida e parallela i testi archiviati sul supporto di lettura digitale e le fonti presenti sulla rete, il saggio di Mordenti ha più volte aperto in chi scrive una finestra (ma sarebbe più corretto dire che ha introdotto dei link) su un’altra Etica (stavolta con la lettera maiuscola), quella di Baruch Spinoza, nell’interpretazione fornitaci dal già citato Deleuze nelle lezioni che il filosofo francese tenne presso l’Università di Vincennes alla fine degli anni ’80 del secolo scorso.  

Gli spunti per questo collegamento sono molteplici. Da una parte, in Paradosis ricorrono importanti rimandi alla tradizione interpretativa ebraica del testo, in particolare al midrash e al miqra, che implicano non solo un carattere attivo di avvicinamento al testo (originariamente inteso come il Testo per eccellenza - la Torah - ma che ai fini del discorso di Mordenti può essere esteso e generalizzato a qualsiasi testo, con una particolare attenzione a quello informatico), ma anche un carattere attivo del testo, che si dispiega nell’insieme degli atti che coinvolgono il rapporto tra il testo e la comunità (e dunque, soggetti biologicamente, cognitivamente e socialmente in continua determinazione). In questo primo riferimento, per alcuni versi quasi un’analogia dell’operazione compiuta da Spinoza nel definire i modi di dispiegamento della sostanza-Dio nel vivente, è possibile cogliere e concettualizzare la riflessione di Mordenti. L’imperdonabile peccato di Spinoza agli occhi della comunità ebraica del suo tempo, cioè la pretesa di descrivere le modalità di espressione del divino attraverso la realtà del suo dispiegamento – dare vita a una “pura ontologia” a partire dalla pura concretezza dei comportamenti, o meglio degli affetti – è di fatto ricollocato nel contesto (laico ed esente da rischi di allontanamento dalla comunità, ma non meno problematico) della teoria della letteratura. Denunciando a più riprese l’intenzione di non trattare «il problema dell’origine» (Mordenti, op.cit., punti 6.3.4 e 7.6), l’autore opera uno scarto fondamentale rispetto alla maggioranza dei testi contemporanei su questo tema, allontanandosi da qualsiasi possibile contrapposizione tra diverse ontologie del testo: il suo interesse si concretizza per tutta l’estensione del saggio non su ciò che il testo è per coloro che interagiscono con esso, ma su ciò che il testo permette al lettore. In altre parole, l’operazione spinoziana di explicare e implicare il divino negli affetti attraverso il quale esso diviene gioco delle forme-di-vita viene riproposta da Mordenti nel rapporto tra Testo e Senso, così che divenga possibile cogliere l’essere del testo non a partire da a priori filosofici, ma attraverso le potenzialità dei comportamenti (saremmo tentati di definirlo come un “etogramma infinito”) che esso suscita.

Un altro dei punti cruciali di questa etica del testo informatico sta nella dimostrazione di come questo, caratterizzato da una peculiare e accentuata mobilità derivata dal suo supporto tecnologico, non debba rinunciare alla sua pretesa di significazione come atto comunicativo. L’autore fa sue, a sostegno della preservazione di tale funzionalità, le analogie tra il testo informatico e quello manoscritto, entrambi dotati di un’intrinseca potenzialità pragmatica, assente o quasi nel classico testo a stampa. La riflessione sull’informatizzazione del testo messa in relazione con il suo passato chirografico prima e gutemberghiano poi (un passato che sarebbe fin troppo facile definire “filogenetico”) non è nuova, ma in Mordenti assume una connotazione del tutto differente e originale, poiché la sempre presente dimensione storica non si tramuta in gabbia concettuale per le ipotesi dell’autore. Si confronti, a titolo di esempio, il modello del text cycle elaborato da Terje Hillesund (2005) nell’ambito della teoria della comunicazione digitale: anche il ricercatore norvegese sottolinea il carattere di separazione tra la fase di storage e representation, criticità del testo digitale che Mordenti individua nella relazione tra rappresentazione informatica del testo ed elaborazione informatica x,y,z,… (Mordenti, op.cit., punto 10.8, schema 12), ed entrambi colgono nelle potenzialità e nei limiti della codifica tramite mark-up language un carattere sostanziale del testo informatico. Mordenti, tuttavia, si allontana subito dal terreno d’indagine della sociologia della comunicazione su cui si attesta Hillesund: la prospettiva storica, necessaria all’autore per esporre il fulcro della sua riflessione, non è infatti il trampolino per l’ennesima indagine sul ruolo (passato, presente e futuro) del testo inteso come elemento dinamico all’interno del suo sistema sociale di riferimento (o, per usare un’altra terminologia, come parte della sovrastruttura culturale di questo, vale a dire in qualità di elemento ex-post quella dimensione attiva e concreta del lavoro umano). Piuttosto, la storia si presta a divenire strumento per evidenziare quello che il testo informatico può rispetto al testo a stampa, un mutamento che non si verifica altrove per il testo, ma direttamente in esso e con esso.

Vi è in questo una forte implicazione – siccome ogni etica ne ha una in sé, al pari delle possibilità esplicative – politica del discorso di Mordenti. Nell’arco di poche pagine, ci sembra infatti che abbia luogo la definitiva dissoluzione dell’illusione (di matrice negriana) di un testo informatico che è tale in virtù della sua creazione da parte di una supposta “moltitudine”, soggetto politico post-moderno che ha dominato il primo decennio del XXI secolo tanto all’interno dei cultural studies quanto tra le pieghe del movimento antagonista europeo. In Paradosis si opera un netto rovesciamento del paradigma: il testo si rivela in quanto pratica, oltre che come oggetto di questa, del soggetto biopolitico, attraverso cui costituire il comune che caratterizza – e che può ripensare, modificare, distruggere – il presente. Secondo chi scrive, non si commette un errore ravvisando in questo una possibile reinterpretazione – o una rinnovata analisi, in ogni caso una tradizione - dei passi dei Grundrisse sul general intellect.

D’altra parte, possiamo ormai affermare che non è Wikipedia a essere prodotto di un general intellect che riesce a svincolarsi dalla logica capitalista dell’accumulo di plusvalore: piuttosto, riconosciamo che Wikipedia è espressione del general intellect. Questo conduce necessariamente a un chiarimento sul termine espressione, che utilizziamo qui, ancora una volta, prendendo a prestito Spinoza nelle parole di Deleuze, secondo cui

l’idea di segno non esiste. Ci sono espressioni, non ci sono mai segni. Dal momento in cui Dio rivela ad Adamo che la mela agirà come un veleno, gli rivela una composizione di rapporti, gli rivela una verità fisica, non gli comunica affatto un segno. È in misura in cui non si riesce a comprendere alcun rapporto tra sostanza e modo che si invocano dei segni. Spinoza dice migliaia di volte che Dio non dà alcun segno, ma delle espressioni. (Deleuze, 13/01/81)

Dal momento in cui si accetta come base di una teoria della letteratura che «ciò che conta davvero non è ciò che il testo effettivamente è ma come esso si offre a noi, cioè quello che con esso, e a partire da esso, diventa possibile fare» (op. cit., punto 10.6), diviene per chi scrive interessante notare come questo avvenga parallelamente all’ingresso, per le cosiddette scienze hard, di una fase di “scienza normale” (à la Kuhn) segnata dal crollo di tenet ormai popolarizzati come cardini della teoria. A titolo di esempio, si pensi al “ritorno” dell’epigenetica nelle scienze biologiche, che ha sfatato il mito di una perfezione invariante del codice genetico aprendo la strada a un approccio inter-relazionale e strettamente retroattivo dell’organismo nel suo ambiente; ancora, alla rivalutazione della dimensione sensori-motoria come fondamento delle funzioni cognitive superiori; e infine, alla nuova centralità del concetto di Umwelt elaborato da Jacob von Uexküll (1934) come chiave di lettura imprescindibile dello sviluppo della cognizione e dei comportamenti animali[1]. Questi tre sono validi esempi di quella che potrebbe assumere il nome di paradigma del fare, perché basato su di un’etica e non su di un’ontologia: per tale motivo, i “tremori” espressi da Mordenti nel definire la sua una “etica del testo” (ivi, punto 13.2) dovrebbero secondo noi sparire, o al più restare come rappresentazione di una feconda tensione intrinseca della sua riflessione teorica, esattamente come avviene per quanto riguarda i recenti cambiamenti epistemologici interni alle scienze della vita.

Come ultima nota – o per meglio dire, come ulteriore implicazione - ci pare opportuno sottolineare come il saggio di Mordenti lasci aperta l’indagine a un aspetto cruciale delle modalità di relazione tra etica ed estetica del testo informatico, vale a dire il problema della esistenza e delle configurazioni di una sua eventuale auraticità. Dal momento in cui

Il testo allora è relazione, o meglio μεταξύ (metaxù = “frammezzo”, “intermediario”, “ponte”: Simone Weil), tra gli esseri umani e gli altri esseri umani, al di là del tempo e dello spazio, tra l’io e l’altro, tra singolare e collettivo, tra sapienza e ignoranza (Platone, Convivio: 202), tra pensiero e realtà delle cose, fra invarianza e variabilità [ivi, punto 12.4.1]

il testo informatico si fa segno vivo di una distanza (palese nel suo affermarsi come relazione), ma di una distanza che è sempre e comunque agìta, per i motivi sopra riportati. Ci si potrebbe allora chiedere se quella «lontananza, per quanto questa possa essere vicina» (Benjamin, 1936, p.10) assente dall’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica non abbia trovato il modo di riconfigurarsi nel testo e attraverso il testo: in altre parole, se la funzione dell’arte fondata sulla “prassi diversa” della politica non sia da riconsiderare alla luce delle profonde modificazioni strutturali e sovrastrutturali (in senso marxiano) di cui l’informatica si è fatta foriera.

Bibliografia:

Benjamin Walter, Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit, «Zeitschrift für Sozialforschung», Paris, 1936 (trad. it. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Torino, Einaudi 2011).

Deleuze Gilles, Lezioni su Spinoza all’Università di Vincennes, 1978-1981 (raccolte e tradotte in Cosa può un corpo? Lezioni su Spinoza, Verona, OmbreCorte 2007).

Deleuze Gilles. Spinoza: Philosophie Pratique, Paris, Minuit 1981.

Marx Karl, Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie, 1857-1858 (trad. it Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, Firenze, La Nuova Italia 1997, vol. II).

von Uexküll Jacob & Kriszat Georg, Streifzüge durch die Umwelten von Tieren und Menschen. Ein Bilderbuch unsichtbarer Welten, Berlin, J. Springer 1934 (trad. it. Ambienti animali e ambienti umani, Macerata, Quodlibet 2010).


[1] Dopo l’esposizione del collegamento tra il pensiero spinoziano e l’etica del testo proposta da Mordenti, non dovrebbe essere causa di troppo stupore venire a conoscenza del fatto che Deleuze definì von Uexküll come un “lontano successore di Spinoza” (1977 [1980: 70]), commentando il concetto vonuexkulliano di composizione naturale (la Gestalt dinamica in atto nell’interazione organismo-ambiente) come “la linea melodica o le relazioni contrappuntistiche che corrispondono a ciascuna cosa […] una sinfonia come unità superiore immanente che cresce in ampiezza” (1978 [2004: 154]).

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